L’Albania in rivolta contro la banda Kushner-Trump
Il 20 giugno ’26 a Tirana, un immenso corteo di centinaia di migliaia di dimostranti ha letteralmente occupato la capitale dell’Albania.
È stato il culmine di un movimento di protesta partito poco più di tre settimane fa contro un mega-investimento immobiliare del genero di Trump, Kushner, dietro il quale ci sono interessi statuali e sionisti che vanno decisamente al di là di un “semplice” investimento nel turismo.
Partita come sacrosanta protesta ecologista (l’area interessata è di grandissimo pregio naturalistico – non a caso si parla di “rivoluzione dei fenicotteri”), la protesta si è progressivamente riempita di un contenuto anti-coloniale, anti-imperialistico: “l’Albania non è in vendita!“, questa la parola d’ordine che dominava nelle manifestazioni degli ultimi giorni, cresciute fino a diventare imponenti grazie anche alla grande adesione degli emigrati albanesi in diversi paesi dell’UE e nel Regno Unito, che si sono messi in marcia da migliaia di chilometri per raggiungere ieri Tirana
Sulla nascita e lo sviluppo di questa grande protesta popolare e proletaria, che è scoppiata contro il progetto immobiliare-turistico (e molto probabilmente militare) statunitense-sionista, ma è andata molto oltre questo obiettivo, riprendiamo da Marx21 un articolo firmato dal Collectif anticanticapitaliste albanais KASh[i].
Il movimento chiede le dimissioni del governo Rama, implicato a fondo in questa impresa e, in generale, nella svendita del territorio albanese. Ma è falso che sia stato messo in piedi dall’opposizione che fa capo a Berisha e alla sua gang, da sempre anche loro al servizio degli investitori stranieri. Si tratta di un movimento dal basso, fondamentalmente spontaneo. Che ora, proprio per la sua incredibile crescita, sta arrivando al suo momento cruciale: cosa fare davanti all’ostinata determinazione di Rama di far proseguire i lavori a Zvërnec, vicino alla laguna di Narta, e sull’isola di Sazan?
Tutto ciò che possiamo fare noi qui è favorire la conoscenza di questa protesta. E denunciare che l’Italia di Meloni e Mattarella è tra i primi 4 predatori al mondo del territorio e del lavoro albanese – in Albania e qui ci sono circa 400.000 immigrati/e albanesi sul territorio italiano.
Il recente assalto dell’Italia all’Albania in crisi, incardinato sugli stessi binari dell’assalto dell’Italia monarchico-fascista, cominciò tre decenni fa con la malavita organizzata pugliese, che si accaparrò grandi estensioni di terra per produrvi la “marijuana migliore al mondo”. In seguito – soprattutto dopo il varo di una legislazione particolarmente favorevole al capitale straniero – la massa degli investimenti di capitale made in Italy è rapidamente cresciuta in diversi settori: attualmente ci sono in Albania 5.500 imprese italiane che, come dice questo articolo di propaganda, stanno contribuendo a “plasmare l’economia albanese”[ii].
La rivolta in corso è esattamente contro la banda Trump-Kushner e contro i “plasmatori-benefattori” dei paesi UE, Italia in testa (e non UE) e l’intera oligarchia politica ed economica albanese che vi si è associata.
I media
europei [salvo quelli italiani!] trasmettono regolarmente immagini
dall’Albania, un paese solitamente assente dalla stampa occidentale: migliaia
di manifestanti, con bandiere e cartelli in mano, nelle strade di Tirana e di
altre città. Si radunano ininterrottamente dal 30 maggio 2026 per protestare
contro i progetti turistici previsti a Zvërnec, vicino alla laguna di Narta, e
sull’isola di Sazan. Al di là delle preoccupazioni ambientali, il filo spinato
eretto lungo la costa, contro cui gli attivisti si battono, è diventato per la
popolazione il simbolo di una questione politica fondamentale: la progressiva
espropriazione del loro territorio e del loro futuro.
L’attuale mobilitazione va ben oltre la mera tutela ambientale: rivela le
profonde tensioni che ancora permeano l’Albania contemporanea riguardo alle
questioni di sovranità territoriale e al più ampio diritto della popolazione
all’autodeterminazione.
Per comprendere questi conflitti e i potenziali punti di rottura, è
necessario esaminarne le cause, in particolare la convergenza di interessi tra
investitori stranieri, oligarchi, proprietari terrieri locali e leader
politici, che porta alla progressiva mercificazione del territorio. In altre
parole, bisogna mettere in evidenza la natura capitalista, neoliberista e
imperialista dei meccanismi combinati che conducono alla negazione della
democrazia contro cui il popolo albanese si sta attualmente ribellando.
Giugno 2026